Vorrei poter spegnere queste fiamme che ogni giorno mi colpiscono, e smettere di pensare a te.. ma mi è impossibile
(via ovunquevadomiinnamoro)
Fonte: luinil21
The key
http://www.youtube.com/watch?v=33jsDje1U60
E tutto quello che ne esce sono lacrime. di gioia.
Riascolto questa canzone e sei lì davanti a me, mentre ti accarezzo la testa. Mentre cadiamo nei nostri desideri, a stuzzicarci, ancora.
Non è felicità, è molto di più.
Sapere che con te potrei scalare il monte più alto del mondo.
Vorrei baciarti con tutta la dolcezza possibile ora.
Rimango senza parole in mezzo a tutta questa bellezza che mi circonda, e in testa solo te, il tuo viso, il tuo corpo, le tue mani. Infinitamente te.
Addicted.
NCSP
Mi sveglio tardi in una giornata che in poche, brevissime parole,nonshaddafare.
Secondo giorno da neopatentata, bitches. E non avete idea di con quanta naturalezza riesco a guidare ed ad adattarmi a qualsiasi tipo di macchina che mi mettiate sotto il culo.
Esco per guidare un po’. Una serie sconnessa di piccole rotture di balle mi sconvolge come una schiaffata di merda sullo stomaco.
Ospite indesiderata di una lite alla quale non dovrei far parte.
Con chi ce la prendiamo? eh? eh?
Ma perchè non con quella povera innocente che non ha fatto un cazzo per meritarsi tutto questo? Yuppidu!
Mi becco una bella telefonata indemoniata in vivavoce con tanto di chiusura d’effetto. Torno a casa e il demone si aggira per la casa completamente buia.
Non Ci Siamo Proprio,
Eppure il silenzio è d’obbligo.
La sottoscritta non potrà difendersi.
ciaociao.
La noia!
A volte mi sento la protagonista di un film di nicchia lungo e ripetitivo, nel momento in cui non si vede l’ora che arrivi la svolta finale, la parte interessante della storia.
Cambio canale e chiudo gli occhi.
Fonte: abatelunare
Lo chiamano esprit de l’escalier.
“Le ho riservato due posti a teatro. Venga con un amico, se ne ha uno.”
“Grazie. Verrò alla seconda rappresentazione. Se ci sarà.”
Spolpettami la polpetta
Questo post è tutto tuo. Tu che mi scaldi il cuore. Ogni giorno, pensandomi. E oggi, a distanza di un anno dal nostro primo ritrovo.
Dalla merda risplendono due diamanti. Quella mattina di febbraio quando ci siamo presentati per la prima volta. Le risate. Dopo un paio d’ ore già mi ero affezionata. Ripensandoci dopo 3 anni, l’attrazione reciproca già allora ci univa maliziosamente, in silenzio. Strisciava nelle nostri menti perverse. Un anno dopo ci rivediamo, quasi di nascosto. Vieni a trovarmi a lavoro con un sole tiepido e i tuoi meravigliosi sorrisi. L’amicizia si rafforza. Sei stato il mio unico appiglio, quando poco dopo è successo il peggio. Versavo lacrime e rabbia, e tu mi sostenevi e mi riempivi di tenerezze. Il mondo si è diviso. Siamo rimasti noi due, ormai lontani da un passato da dimenticare. Legati più che mai. Amici, anzi di più, amanti e parenti, da quanto sembriamo fratello e sorella.
Ogni giorno te.
Oggi più che mai.
Ti accarezzo e spero che questo giorno si fermi in questo esatto istante. Ancora ritorniamo noi, estranei per il mondo, gemelli per noi stessi. Le menti si uniscono. E in quel momento non serve nemmeno parlare.
Infinitamente noi, più di ieri, meno di domani.
Sei il mio raggio di sole mattutino.
Ciao, stasera mi sento bellissima. Probabilmente non me lo sentirete dire mai più, quindi segnatevelo.
Aria tiepida
E’ sera.
La guida è andata bene. O almeno a me sembrava.
Mi fai un tenero dispetto. Il tuo sorriso sa di miele.
Torno a casa
felice.
formspring.me
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c’è un ragazzo sulla statale che con la sua Chevrolet amaranto decappottabile sta per toccare i 115 kilometri orari, che se avete presente una Chevrolet non è proprio la velocità massima che un mezzo come quello può raggiungere. può fare di meglio e su una statale come quella può e deve fare di meglio. ma il giovane non lo sa e resta sui 115 mentre i capelli si lasciano fonare dal vento arido di metà agosto. l’asfalto è una tavola grigio chiara, condita qua e la da cumuli di sabbia che minacciano costantemente le due corsie. la Chevrolet è stabile e la strada è talmente dritta che ci si potrebbe addormentare su quel sedile senza incappare nel benché minimo ostacolo fino al termine del tratto di competenza. ma facciamo un salto li giù e osserviamo il ragazzo più da vicino.
in sottofondo Chet Atkins e la sua Gibson L-00 parlano della dinamica padre figlio nella sempre verde “I Can’t Still Say Goodbye”. è un pezzo molto bello, dannazione se è bello.
candidamente e senza fare troppo rumore planiamo sul sedile posteriore della Chevrolet. veniamo subito assaliti dall’aria calda che bagna il nostro viso con una temperatura che lassù neanche ci sognamo. è una vita che non saliamo su una belva come questa e ci accomodiamo come meglio possiamo, divaricando le ginocchia e allungando il braccio sinistro lungo il poggiatesta sinistro assumendo, di seguito, un’espressione sorniona. mentre delle gentili vibrazioni ci danno il benvenuto pensiamo che il “diritto alla felicità” di cui parla la costituzione non possa infondo essere troppo lontano dall’assaggiare momenti del genere.
lo sguardo ben presto ci cade sullo specchietto retrovisore dove riusciamo finalmente a vedere il viso del ragazzo, non troppo beato a dir la verità: con fare poco pacato si guarda a destra a sinistra in preda alla confusione. sembra non trovare qualcosa, anzi. togliamoci il sembra: il giovane proprietario di questa bellissima Chevrolet amaranto si è perso nel deserto. rettilinei di sudore solcano la sua fronte ormai arrossata dall’intemperanza del sole. frenetico il suo sguardo fa su e giù dalla strada alla spia gialla che si è accesa più di un’ora fa sul cruscotto dietro il volante. si sta chiedendo che cazzo potrà mai fare una volta che la benzina nel serbatoio sarà terminata. l’angoscia del giovane ragazzo è indirettamente proporzionale alla quantità di carburante presente nella Chevrolet che nonostante l’emergenza non smette di procedere con eleganza, neanche fosse un kamikaze nei suoi ultimi istanti di vita.
dunque, ora una piccola prefazione anche se le prefazioni in genere si fanno prima, ma noi ci concediamo la maleducazione di infilarla qui, come capita: il giovane ragazzo sta per incontrare qualcuno lungo la statale ma c’è da dire che quel qualcuno l’abbiamo visto prima noi e solo successivamente è entrato nel campo visivo del ragazzo. per intendersi, non è merito suo, affatto. è merito nostro. l’abbiamo visto prima noi.
la Chevrolet rallenta, i metri tra il suo muso accattivante e l’estraneo che marcia con fare dinoccolato lungo la carreggiata destra diminuiscono rendendoci possibile la descrizione del suddetto estraneo. ma lasciamolo la parola al giovane che ha di certo una sensibilità diversa rispetto a noi nei confronti degli altri.
non c’avrei scommesso un centesimo sulla possibilità di incontrare qualcuno che sta peggio di me! ma come si fa a ritrovarsi da soli a camminare lungo una statale nel deserto? almeno io ho la piccola Chevy, questo qui sta proprio a piedi e non sembra volerci restare per molto ancora: è un vecchio signore sulla settantina vestito come un vaccaro, alla cinta porta appeso un revolver, una Colt immagino, data la compattezza. faccio per scendere dalla macchina quando mi ricordo di avere anche io una Colt nel vano porta oggetti di fronte al sedile del passeggero alla mia destra. l’afferro con decisione e lascio che si infili dietro i pantaloni, tra la cinta e la t-shirt. sono sicuro che non mi servirà a nulla ma con uno sconosciuto armato è sempre meglio parlare la stessa lingua.
“Hey…” – mi esce un vocione caricatura che se il tipo mi conoscesse saprebbe bene che non mi appartiene. “Sai mica fra quanti kilometri trovo una stazione di servizio?”.
il vecchio lento come un bradipo si volta dalla parte sbagliata, la sua destra, facendo un giro completo su se stesso prima di incrociare il giovane con gli occhi.
“Come hai detto?” – la sua voce è incartapecorita come il suo viso, consumato come il miglior cuoio.
riprendiamo il nostro punto di vista, il giovane ragazzo e il vecchio ambulante sono venuti a contatto e i frenetici pensieri che vengono scaturiti dall’incontro di due sconosciuti renderebbe la descrizione del giovane troppo confusionaria per essere assimilata come si deve.
il giovane ragazzo si avvicina al vaccaro e mentre lo fa si accorge di aver la mano sulla Colt infilata dietro il jeans. la toglie appoggiandola sul cofano della Chevrolet che ha intanto raggiunto una temperatura marziana. il ragazzo non sembra curarsene. (piuttosto strano! ndr)
“Una stazione di servizio, dove la trovo?” – ritenta il giovane.
“25 kilometri” – risponde il vecchio.
“25 kilometri?” – il giovane è basito. “Dio santo non ci arriverò mai!” – esclama mentre si passa una mano fra i capelli sudaticci.
“Dio non centra niente, ragazzino” – il vecchio lo guarda con gli occhi semichiusi nel vano tentativo di non rimanere accecato dalla luce del sole.
“Ho la spia accesa da almeno un’ora. Altri 3 kilometri e quella brutta stronza della mia Chevy mi lascia a piedi”.“Qui c’è spazio per tutti” dice il vecchio.
“Come dici?” chiede il giovane.
“Lascia stare”.
I due sono ora appoggiati sul muso della Chevrolet che fa tintinnare il suo motore leggermente provato dalla traversata. la sentiamo ansimare come un somaro.
“Hai fatto male i tuoi calcoli, ragazzino” – continua il vecchio accennando un ghigno.
“Li ho fatti male si, dannazione. Non pensavo questa merda di statale fosse così lunga. Non so neanche dove porta.” – si lamenta il giovane.
“Questo non lo so neanche io” – aggiunge il vecchio.
“E che cazzo ti cammini allora?”
“Stare fermi non la trovo una valida alternativa”
“Ci lasci la pelle nel deserto”
“Siamo in due, ragazzino” – il tono del vecchio è tutt’altro che sarcastico.
“Come hai detto?”
“Lascia stare.”
passano una manciata di secondi e visti dal sedile posteriore su cui noi siamo ancora comodamente parcheggiati la scena che ci si presenta di fronte sembra presa da quegli odiosi film francesi in cui gli attori eseguono dei gesti tutt’altro che naturali restando troppo legati all’idea di essere attori anche quando interpretano persone comuni, chessò io, panettieri, idraulici, avvocati. stanno troppo nel film, ci stanno troppo dentro. sembrano dei manichini. ridicoli, assolutamente ridicoli.
il vecchio prende un respiro profondo e mentre lo fa scende la notte portando con se un tiepido refolo che concede ai due una momentanea tregua dal caldo torrido.
un silenzio ovattato rende la nostra realtà ancora più onirica. se non sapessimo di essere vivi potremmo erroneamente scambiare tutto il siparietto per un sogno ben architettato. i due sono ancora appoggiati sul cofano:“Fra poco me ne vado” – il vecchio rompe il silenzio.
il giovane ragazzo si volta incuriosito in direzione del compare.
“E dov’è che te ne vai?”
“Me ne vado. La conosco a memoria questa…”
il vecchio non fa in tempo a finire la sua frase che dal cielo blu profondo si stacca una freccia luminosa che attraversa in pochi decimi di secondo tutta la volta celeste. il giovane ragazzo salta in piedi con un balzo ed esclama entusiasta.“L’hai vista? L’hai vista?” - e mette una mano sul braccio del vecchio che immediatamente guarda in aria, spaesato.
“No, non ho visto un accidente! Cos’era?”
“Una stella cadente vecchio, anche bella grossa!”“Piuttosto insolito di questi tempi, saranno anni che non lanciano più nulla da li su” – dice il vecchio con diffidenza.
“Lanciano? chi lancia? ma che dici vecchio? non ti capisco proprio”
“Lascia stare.”
“Era una stella cadente vecchio. Devo esprimere un desiderio” – dicendolo il giovane ragazzo chiude gli occhi ed emette un leggero sbuffo con la bocca, per lo sforzo del gesto. “Fatto”.
il vecchio sembra distratto dai suoi pensieri che lo portano lontano dal deserto in cui ora si trova.
“Chissà dov’è caduto. Chissà cos’avranno tirato”
“Le stelle cadenti non cadono sulla terra vecchio, passano vicino alla terra per poi continuare a cadere”
“E se ti dicessi che non è così?” – il vecchio ha assunto un’espressione grave.
“Che significa non è così? Come dovrebbe essere? Cosa sei, un astrologo?”
“Non bisogna essere astrologi per sapere dove ci troviamo”
“Sono tutto orecchie” – il giovane ragazzo spinge il sedere lungo il cofano della Chevrolet e fa per appoggiare la schiena al parabrezza.
il vecchio alza il braccio e indica un punto, nel vuoto della notte, proprio davanti a se.
“Le vedi quelle stelle li giù?”
“Certo che le vedo”
“Se ti dicessi che non sono stelle?”
Il giovane sorride. “Non ti crederei”.
“Dovresti trovare un qualche modo per raggiungere la stazione sai?”
“Dai ti ascolto, continua” – il giovane non smette di sorridere.
“Quella che vedi intorno a te non è la notte.”
“Spiegati meglio vecchio. Farnetichi.”
“Quella notte stellata che ogni notte ti avvolge è la parete paiettata di un’enorme borsa, e la luna che vedi sopra la tua testa è la fessura da cui entra, a giorni alterni, la luce che a volte chiamiamo Luna e a volte chiamiamo Sole.”
il ragazzo ride. “Sei pazzo?”
“Il pazzo sei tu ragazzino” - sentenzia il vecchio. “Ho visto porta chiavi grandi come un lago precipitare alla velocità della luce causando enormi crateri nel terreno.”
“E’ una storiella carina vecchio, ma non puoi veramente credere ad una cosa del genere” - il giovane non sembra più troppo interessato alla versione del vecchio. sarà che è proprio assurda. sarà che la prima volta che la si racconta suona sempre come una follia.tra i due scende il silenzio. anche noi ci godiamo la calma che sembra avvolgere tutto. alziamo lo sguardo e insieme a noi lo fa anche il giovane che ora rimugina sulla teoria bislacca del vaccaro. la Luna sembra un’ostia su un tavolo di marmo nero che sta lì appoggiata, pronta per essere consacrata con delicatezza. abbandoniamo la Chevy e per un pò la guardiamo allontanarsi sotto di noi. sembra un giocattolo da qua su. ci dirigiamo a gran velocità verso la Luna, l’enorme deserto che illumina sembra privo di espressione. in futuro ci chiederemo che fine avrà fatto il giovane, se sarà riuscito a raggiungere la stazione di servizio, se avrà proseguito nel suo percorso lungo la statale. riguardo il vecchio, invece, c’è ben poco da sperare: ha concesso il privilegio della verità ad un passante, un testimone lasciato alla persona sbagliata che molto probabilmente se ne dimenticherà al sorgere del Sole. siamo vicinissimi all’uscita, la luce emanata dal buco è accecante. ci aggrappiamo con entrambe le braccia ai bordi della Luna e ci infiliamo la testa dentro. al di fuori della borsa tutto procede tranquillo: la proprietaria, una donna sulla trentina, passeggia sovrappensiero lungo una via del centro. è giorno qui fuori e il Sole magnanimo ci scalda il cuore.
Fonte: andreapoggioli
-bho comunque pensavo uscissi
-per carità, non voglio slogarmi una caviglia scivolando nella bava delle zitelle arrapate.




